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Basket e welfare: al Rummo la prima tappa della collaborazione tra ASD Fortore Basket e “Sale della Terra”
Settembre 1, 2026

Cinque giorni, tre territori, una sola rete: il viaggio del nodo Salento tra Daunia e Alto Ionio calabrese

Più di 500 chilometri, cinque giorni e una quantità difficile da misurare di incontri, storie, paesaggi e possibilità. Il viaggio degli operatori del nodo Salento della Rete di Economia Civile Sale della Terra attraverso la Daunia e l’Alto Ionio calabrese è stato molto più di una visita tra colleghi.

È stato un piccolo esperimento di contaminazione.

L’idea è nata quasi naturalmente dopo il Decennale di Sale della Terra, che per molti non è stato soltanto un momento per celebrare un percorso lungo dieci anni, ma anche un’occasione per guardarsi attorno e scoprire quanto fosse grande, articolata e ricca di esperienze la rete costruita nel tempo. Da qui il desiderio di andare oltre i confini dei singoli progetti e dei territori, di conoscere da vicino chi ogni giorno lavora in altri luoghi della stessa rete, affrontando sfide diverse ma inseguendo visioni comuni.

Un piccolo “Erasmus Sale della Terra”, come lo ha immaginato Federica Lupo, responsabile del nodo Salento.

Così, sotto il sole di agosto, Federica Lupo, Davide Natale e Federica Valente sono partiti dal Salento in direzione della Puglia settentrionale e della Calabria, attraversando paesaggi che cambiavano continuamente davanti ai loro occhi. Dal Sud della Puglia, segnato oggi da profonde fragilità ambientali e agricole, fino ai boschi dei Monti Dauni e poi alle montagne che guardano il mare dell’Alto Ionio calabrese.

Un viaggio che, tappa dopo tappa, ha posto la stessa domanda in forme diverse: come si continua a generare possibilità nei piccoli territori?

Biccari, dove la comunità ha il volto delle persone

La prima lunga tappa è stata Biccari. Qui il gruppo è stato accolto da Cristina Virgilio, coordinatrice del progetto SAI Biccari (ampliamento del SAI Baselice), che li ha accompagnati alla scoperta del paese.

Ma, come ha raccontato Federica Valente, non si è trattato semplicemente di una visita alle tante realtà presenti sul territorio.

«Non vi porto a conoscere associazioni o cooperative, ma persone».

È probabilmente questa frase a raccontare meglio l’esperienza vissuta a Biccari.

In questo piccolo paese dei Monti Dauni, infatti, la comunità non appare come un concetto astratto. Prende forma attraverso le persone e le relazioni che, negli anni, hanno costruito una rete capace di mettere insieme cooperazione di comunità, accoglienza, turismo, gestione del patrimonio naturale, associazionismo, cultura, servizi e inclusione sociale.

Un paese che non è rimasto fermo davanti ai cambiamenti demografici e alle difficoltà delle aree interne, ma ha provato a costruire una propria direzione.

Il gruppo salentino ha incontrato persone che dedicano il proprio tempo alla vita della comunità, ha conosciuto esperienze nate dal desiderio di creare relazioni e contrastare la solitudine e ha scoperto il lavoro di chi prova a generare nuove opportunità anche attraverso il patrimonio ambientale e naturale.

Particolarmente significativa è stata la visita alla futura falegnameria sociale, un progetto che ha colpito profondamente Federica Valente per la passione e la dedizione di chi lo sta costruendo e per il messaggio che porta con sé: superare lo stigma della disabilità e immaginare luoghi di lavoro e di partecipazione realmente inclusivi.

A pochi giorni da un incendio che aveva colpito il territorio, il gruppo ha incontrato anche una comunità ferita, ma tutt’altro che rassegnata. Una cicatrice ancora aperta, accompagnata però dalla voglia di ripartire e di costruire nuovamente.

Lo stesso sindaco di Biccari, Antonio Beatrice, ha voluto sottolineare il valore di quei giorni, definiti come un’importante occasione di confronto tra esperienze diverse ma accomunate da una stessa direzione: welfare, economia civile, sviluppo sostenibile, accoglienza e rigenerazione dei territori.

Il caso ha voluto che proprio durante la visita il gruppo incontrasse anche Carmelo Rollo, presidente di Legacoop Puglia e salentino, arrivato a Biccari dopo l’incendio.

Un incontro casuale solo in apparenza, quasi a ricordare quanto le connessioni possano diventare naturali quando esiste una visione condivisa.

E quanto sia vero che da soli non c’è storia.

L’Alto Ionio calabrese e le domande dei piccoli comuni

Dalla Daunia il viaggio è proseguito verso la Calabria.

Ad accogliere il gruppo a Canna è stata Domenica Pisilli, collega del nodo calabrese di Sale della Terra e psicologa del progetto SAI. Un piccolo paese collinare, fatto di vicoli, antiche porte, palazzi e piazze, dove la bellezza della storia si intreccia inevitabilmente con una delle grandi questioni che attraversano oggi le aree interne: lo spopolamento.

Passeggiando per il paese, tra le antiche architetture e i luoghi della memoria, gli operatori salentini si sono ritrovati a riflettere su quanto rapidamente sia cambiata l’Italia dei piccoli comuni.

Luoghi che custodiscono un patrimonio culturale immenso, ma che devono fare quotidianamente i conti con servizi ridotti, scuole con pluriclassi, collegamenti difficili e giovani costretti spesso a partire.

Eppure, proprio in questi territori, continuano a esistere energie straordinarie.

A Canna, ad esempio, Davide ha incontrato Antonio Di Leo, insegnante in pensione e fotografo del paese, la cui piccola bottega custodisce immagini e fotografie che raccontano la storia della comunità. Guardando le fotografie del fuoco di Sant’Antonio Abate, Davide ha immediatamente ritrovato un legame con Novoli, il suo paese di origine, dove la stessa tradizione viene celebrata da generazioni.

Due territori diversi che, attraverso una tradizione, si sono improvvisamente scoperti vicini.

Tra le esperienze più significative del viaggio c’è stata certamente la partecipazione alla vendemmia di comunità.

Una giornata iniziata prestissimo, tra i filari e la raccolta dell’uva, e proseguita con il rupp d’iun (rompere il digiuno), il momento dello spuntino e della condivisione. Cibo, vino, racconti e persone di generazioni diverse riunite attorno alla stessa tavola.

Nel pomeriggio la festa è tornata in paese, accompagnata dalla banda e dall’uva trasportata per le strade fino alla piazzetta di Sant’Antonio, dove i bambini hanno riportato in vita il gesto antico della pigiatura.

Un’esperienza semplice, ma proprio per questo capace di lasciare un segno profondo.

Come ha osservato Davide, soprattutto nei piccoli territori anche un gesto apparentemente ordinario può diventare uno strumento potente di aggregazione, trasmissione di conoscenze e costruzione di legami.

Il viaggio ha poi attraversato Nocara, con la sua grande festa estiva e le storie di chi è rimasto e di chi torna al paese soltanto durante l’estate, e Montegiordano, dove l’incontro con Emanuela Laschera e Carmelo Mundo ha aperto un confronto intenso sul futuro dei piccoli comuni.

Unione dei comuni, cooperazione di comunità, alberghi diffusi, servizi per l’infanzia, nuove forme di turismo e sviluppo locale.

Non semplici progetti, ma tentativi di rispondere alla stessa domanda: come evitare che questi luoghi si svuotino definitivamente?

E poi Oriolo, il castello, i paesaggi e i piccoli paesi attraversati lungo il percorso. Ogni tappa ha aggiunto una storia, un incontro e una nuova prospettiva.

Alla fine del viaggio, forse, la cosa più importante non è stata soltanto ciò che il gruppo ha visto.

È stato ciò che è successo tra le persone.

Operatori del Salento che hanno incontrato colleghi della Daunia e della Calabria. Esperienze diverse messe in dialogo. Idee raccontate e ascoltate. Domande condivise.

Il welfare inclusivo del Salento, l’accoglienza e il lavoro dei progetti SAI, le esperienze di comunità della Daunia, la sfida dello spopolamento nell’Alto Ionio calabrese.

Territori diversi, problematiche diverse, risorse diverse.

Ma una rete comune.

«In questi giorni trascorsi insieme ho riscoperto il valore e la bellezza di alcune piccolezze che avevo dato per scontato», ha raccontato Domenica, salutando il gruppo al termine dell’esperienza.

Ed è forse proprio questa una delle più grandi potenzialità della contaminazione: guardare con occhi nuovi anche ciò che abbiamo sempre avuto davanti.

Federica Lupo è tornata nel Salento con ancora più domande di quelle con cui era partita, ma con la forte consapevolezza di essersi sentita parte di una comunità itinerante che ha saputo traghettare ed essere motore di nuove visioni. Nel ripercorrere l’esperienza, la responsabile salentina ha evidenziato quanto sia fondamentale il ruolo degli operatori del sociale in queste realtà marginali. Per Federica, chi lavora nel terzo settore rappresenta l’anima e le mani del cambiamento, presenze preziose capaci di muoversi tra destini che sembrano già segnati per provarli a modellare. È proprio da questa presenza costante che diventa possibile immaginare il domani: tenendo viva una forma antica di cura e di legami umani che nessun indice economico potrà mai misurare o sostituire.

Il Salento, la Daunia, l’Alto Ionio calabrese.

Luoghi lontani tra loro, ma attraversati da domande comuni e dalla stessa volontà di generare futuro.

Forse è proprio da qui che può partire il domani.

Da chi sceglie di restare, da chi decide di tornare e da chi continua a costruire possibilità.

Dalla Daunia alla Calabria, dal Salento al Sannio, questa è la forza più grande di Sale della Terra: una rete di persone e comunità che continua a contaminarsi, incontrarsi e immaginare.

Perché nessun territorio può salvarsi da solo.

E perché, ancora una volta, da soli non c’è storia.

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