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“Periferie liquide” è un racconto che si basa su una volontà precipua: dare la parola a chi le periferie le vive e le ha vissute, questo testo ha un chiaro desiderio di raccontare cosa davvero siano le periferie italiane, almeno quelle che qui vengono prese in esame, e di mettere in chiaro cosa si è fatto di buono per il loro cambiamento. Seguendo i criteri della valutazione “costruttivista dei processi sociali” , l’opera curata dalla tenacissima Monica Buonanno parte da un presupposto: ci sono racconti di straordinari successi in periferia; poi aggiunge un’analisi : come ci siamo arrivati a quel successo? Un racconto inverso rispetto ai soliti trattati ed ai manuali delle politiche sociali , perché non parte dal problema, ma viviseziona la soluzione trovata pazientemente e faticosamente, costruita negli anni da comunità poliedriche di operatori sociali e professionisti di tutti i tipi, architetti, politici, sociologi, assistenti sociali, maestri di strada, cooperatori, volontari, impiegati e dirigenti pubblici, pensionati e studenti, disoccupati ed occupati, non esalta nessuna di queste figure, ma punta a dire “se ce l’abbiamo fatta qui, allora si può fare anche là”, basta volerlo . Il libro dice anche altro: le novità non arrivano dal centro. Dal centro del pianeta, dal centro città, dalle city e dalle downtown non emerge il nuovo che avanza, lì semmai abbiamo la possibilità di studiare la vita che cerca di conservarsi, ma se vogliamo capire il mondo che verrà è nelle periferie che dobbiamo investire il nostro tempo, fisico ed intellettuale.
Ma se è così, se il nuovo che avanza arriva dai luoghi lontani dal centro cittadino, allora è giusto definire “periferia” la periferia?
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