L’accoglienza non è un servizio per migranti. È un modo di essere comunità. È questa l’idea che attraversa gli oltre dieci anni di cammino della rete Piccoli Comuni Welcome, raccontata durante il panel “10 anni di Welcome” che ha visto protagonisti Gianguido D’Alberto, Delegato Anci immigrazione, Simona Colotta, Sindaca del Comune di Oriolo (CS), e Giuseppe Lombardi, Sindaco del Comune di Petruro Irpino (AV), con la moderazione di Gabriella Debora Giorgione, direttrice comunicazione della rete dei PCW. Gli interventi sono stati preceduti dai saluti iniziali di Angelo Moretti, presidente “Sale della Terra”, Salvatore Mazzone, sindaco di Pietrelcina, sede del panel, e S.E. Michele Autoro, Arcivescovo di Benevento.
Un’idea semplice quanto rivoluzionaria: una comunità accogliente verso chi arriva è una comunità capace di prendersi cura di tutti, a partire dalle persone più fragili. E proprio per questo diventa più forte, più viva, più capace di immaginare il proprio futuro.
Dal 2016 il Manifesto per una Rete dei Piccoli Comuni del Welcome ha attraversato l’Italia e l’Europa con il camper del Welcome, festival, incontri internazionali, pubblicazioni e centinaia di occasioni di confronto. Un percorso che ha contribuito a cambiare il racconto dell’accoglienza, dimostrando che nei piccoli comuni essa può diventare una leva di sviluppo territoriale e di coesione sociale.
“L’accoglienza non è assistenza”, è stato ribadito durante l’incontro. È una scelta politica che riguarda il destino delle comunità.

Petruro Irpino: quando riapre un asilo, rinasce un paese
A raccontarlo è stato Giuseppe Lombardi, sindaco di Petruro Irpino, uno dei primi comuni ad aderire al Manifesto per una Rete dei Piccoli Comuni del Welcome.
Nel 2016 la scelta di presentare un progetto SAI – allora SPRAR – non fu semplice. Attorno all’accoglienza prevalevano paure e pregiudizi. Per questo l’amministrazione, insieme al parroco e al vescovo, incontrò, una ad una, tutte le famiglie del paese per spiegare cosa significasse davvero accogliere.
Quella scelta ha cambiato il volto del piccolo comune.
Grazie al progetto sono stati riaperti servizi che sembravano destinati a scomparire, come l’asilo; sono nate nuove professionalità; è stata costituita una cooperativa di comunità che oggi gestisce un albergo diffuso; alcune famiglie accolte hanno scelto di restare, acquistando casa e costruendo il proprio futuro nel paese.
L’immagine più significativa, racconta il sindaco, è quella dei bambini che oggi giocano insieme nella piazza del paese: figli delle famiglie storiche e figli delle famiglie accolte, semplicemente bambini della stessa comunità.

Oriolo: l’accoglienza costruita insieme alla cittadinanza
Anche Simona Colotta, sindaca di Oriolo, ha raccontato un’esperienza nata dalla partecipazione.
Prima ancora dell’arrivo delle famiglie accolte, il Comune ha scelto di coinvolgere la popolazione attraverso incontri pubblici e momenti di confronto, spiegando le ragioni del progetto e ricordando una memoria condivisa: quella delle migrazioni vissute dagli stessi italiani.
“Anche i nostri nonni sono partiti”, ha ricordato la sindaca. “Oggi tocca a noi offrire un’opportunità a chi arriva.”
Il risultato è stato un processo di integrazione autentico. Le famiglie accolte sono diventate parte della comunità; i bambini sono entrati naturalmente nelle scuole; alcuni nuclei, terminato il percorso SAI, hanno deciso di rimanere a vivere stabilmente nel paese trovando lavoro nelle attività locali.
Per Oriolo il progetto ha rappresentato anche un contributo concreto al contrasto dello spopolamento e al mantenimento dei servizi scolastici, ma soprattutto ha aperto nuovi orizzonti culturali per l’intera comunità.
La sindaca ha inoltre richiamato con forza il tema dello sfruttamento lavorativo e del caporalato, indicando nel sistema SAI uno degli strumenti più efficaci per promuovere percorsi di inclusione reale e lavoro dignitoso.

Piccoli comuni, grandi sfide
Le testimonianze dei sindaci hanno evidenziato anche le difficoltà quotidiane delle amministrazioni delle aree interne.
Segretari comunali condivisi tra più enti, uffici con personale ridotto, carenza di figure tecniche e amministrative rendono complessa la gestione di progetti articolati come quelli del SAI.
Proprio per questo il rapporto con il terzo settore assume un valore decisivo.
Non come sostituzione dell’ente pubblico, ma come collaborazione tra soggetti corresponsabili.
Le cooperative sociali e il Consorzio Sale della Terra rappresentano, per molti piccoli comuni, il supporto tecnico e organizzativo indispensabile per trasformare un progetto in una concreta opportunità di sviluppo.
Il SAI funziona. Lo dimostrano i territori
A chiudere il confronto è stato Gianguido D’Alberto, sindaco di Teramo e delegato nazionale ANCI all’immigrazione.
Il suo intervento ha ribadito un dato ormai evidente: il Sistema di Accoglienza e Integrazione rappresenta oggi il modello che produce i risultati migliori.
Lo dimostrano i numeri.
A fronte di un recente avviso per 500 nuovi posti, ben 120 comuni hanno presentato richieste per circa 2.600 posti complessivi. Un segnale chiaro della volontà dei territori di investire nell’accoglienza diffusa.
Eppure il sistema continua a essere sottodimensionato rispetto ai Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), che rappresentano ancora la quota prevalente dell’accoglienza nazionale.
Secondo D’Alberto, il SAI è molto più di uno strumento per la gestione delle migrazioni: è un presidio di welfare territoriale che permette di affrontare insieme temi come casa, salute, lavoro, formazione e coesione sociale.
Per questo è necessario rafforzarlo, investendo risorse e coinvolgendo maggiormente anche le Regioni nella programmazione delle politiche di integrazione.

L’incontro si è concluso con una convinzione condivisa: l’accoglienza non può essere ridotta a una risposta emergenziale. È un investimento sul futuro delle comunità.
I piccoli comuni che hanno scelto questa strada raccontano una storia diversa rispetto alla narrazione della paura: scuole che riaprono, servizi che si rafforzano, cooperative che nascono, bambini che crescono insieme, nuove famiglie che decidono di restare.
Sono storie che dimostrano come l’incontro tra persone possa diventare occasione di rigenerazione sociale, economica e culturale.
Ed è proprio questo il significato più profondo della rete dei Piccoli Comuni Welcome: costruire territori capaci di accogliere perché capaci di prendersi cura del futuro di tutti.














