Dopo circa un anno di preparazione, si avvicina il Giubileo della Speranza in Ucraina organizzato dal Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, con adesione di tante associazionii, tra cui Azione Cattolica, MoVi, Agesci, Masci, ACLI, ANCI, New Humanity, Gariwo, Sale della Terra e Base.
Partiremo in centodieci, dal primo al cinque ottobre, la più grande missione di pace fino ad oggi realizzata dal Mean.
Andremo a Kyiv e Kharkhiv. Siamo semplici attivisti della pace, sindaci, amministratori comunali, docenti universitari, artisti, sportivi, giornalisti, pensionati, studenti. Tra di noi ci sono nobili come Nicholas di Windsor dall’Inghilterra e persone della porta accanto. Rappresentanti di un popolo, credente e non, che non si è mai arreso alla rassegnazione che il mondo che conosciamo debba andare in fiamme, un popolo che non ha mai confuso aggredito ed aggressore nello scenario ucraino. Non abbiamo mai giustificato la guerra preventiva all’Iraq degli USA come oggi non accettiamo alcuna giustificazione per la “guerra di posizione” di Putin, sulla pelle della popolazione civile e della resistenza militare ucraina.
Quello che viviamo oggi è certamente uno dei periodi più difficili dal secondo dopoguerra, con un allineamento trasversale della supponenza dei potenti: Trump, Putin, Netanyahu, e non solo, hanno apertamente dichiarato la loro volontà di misconoscere l’architettura delle istituzioni internazionali. Il presidente USA ha già annunciato più volte che la Groelandia gli “serve”, “deve averla”, più o meno con gli stessi toni con cui il novello Zar ha parlato della necessità della Federazione Russa di annettere l’Ucraina per difendere gli interessi dei russi, per non parlare della volontà feroce di conquista della terra di Gaza e Cisgiordania.
Le violenze diffuse, come quelle delle carceri libiche dove si detengono e torturano innocenti migranti, stanno spegnendo le luci del vecchio mondo e smantellando a picconate la forza del diritto internazionale, che fu il frutto maturo dell’illuminismo europeo, delle radici religiose profonde dell’umanità e della sana paura di una guerra nucleare.
Di fronte all’impotenza dell’ONU ed all’inefficacia delle condanne delle Corti Penali Internazionali, le massime kantiane non sembrano avere più alcuna vigenza, Montesquieu ed il suo “spirito delle leggi” sono colpiti a morte, la pedagogia politica di Martin Buber è un ricordo sbiadito, la banalità del male di Harendt resta solo un testo di storia, il crocifisso nelle aule un complemento di arredo.
I potenti della terra parlano apertamente del loro diritto di agire su territori altrui per ragioni di “sicurezza nazionale”, senza badare alle regole internazionali e senza essere fermati da alcuno. Neanche lo ius belli, quel diritto che dovrebbe vigere durante una guerra in corso, è un argine alla furia: nessuna regola di “cavalleria” è concessa sul campo, nè agli spettrali droni è stato dato un limite all’uso. Nessun obbligo morale per gli invasori e nessuna pietà nelle prigioni. Per “ragioni di sicurezza” si possono abbattere ospedali, case, piazze, musei, si riducono alla fame ed al freddo i bambini e gli ostaggi.
È pur vero che leggi sono state sovente il frutto della forza. Forza e diritto si sono alternate spesso sulla scena mondiale: ciò che prima non era regolamentato, o lo era in modo diverso, successivamente diviene nuova materia giuridica, quando una forza vince su un’altra, democraticamente o non. Storicamente è così.
Oggi viviamo una intensificazione ed accelerazione di questa tendenza distruttrice/creatrice, all’interno di un nuovo paradigma culturale: la società liquida, priva di grandi narrazioni e di vera generatività. In questo contesto culturale la guerra ad oltranza non offre alcuna prospettiva: la forza brutale degli eserciti distrugge il diritto positivo, non per raggiungere, neanche a parole, una “società migliore”, ma per garantire la “sicurezza” ai più forti. L’unico imperativo che apertamente guida le violenze sembra essere la “conservazione” dei più forti sui deboli. La vita umana dell’altro, chiunque esso sia, non è più un limite sufficiente nell’affermazione della sicurezza nazionale.
Non c’è un nuovo ordine mondiale all’orizzonte , come quando gli alleati fermarono il nazifascimo per poi far nascere la Società delle Nazioni e promulgare poco dopo la Carta dei Diritti Universali dell’Uomo. Oggi c’è in giro tanta violenza statale che si auto-assolve, che si compiace dei suoi risultati di conquista o di finta difesa, e non intende offrire alcun orizzonte politico alternativo.
A meno che non si vogliano considerare quali progetti accettabili il MAGA, il Russkiy Mir, la corsa su Marte, la presa di Taiwan, i deliri di Smotrich.
Parafrasando Bob Dylan a qualcuno potrebbe venir da dire che non si intravede nessuna risposta nel vento, ma solo tanto vento nella violenza.
Ed è proprio per questo che partiamo. Perché noi nel vento ci crediamo ancora, crediamo che la speranza non sia una vana attesa dei tempi migliori, ma uno sforzo fisico che si fonda sulle gambe dei pacificatori e che al tempo stesso le supera. Andiamo perché o si è fratelli o non si è comunità internazionale e perché pur non sapendo le risposte, non ci sottraiamo alle domande, che sentiamo essere rivolte anche a noi.
Il futuro dell’Ucraina e della sua pace non riguarda solo il popolo ucraino, riguarda tutti noi, europei in primis.
Insieme alla società civile ucraina, ai suoi uomini e donne di fede, alle sue università, pregheremo insieme, discuteremo, negozieremo, e soprattutto uniremo lo sguardo verso l’altro e verso l’alto, con una semplice convinzione: la violenza non prevarrà. Può vincere per un po’, ma non può cambiare il destino dei popoli per sempre. È la cooperazione e l’amicizia che da sempre hanno fatto progredire il mondo, e noi vogliamo esserci ora in questo progresso, non domani.
Insieme chiederemo ancora una volta che l’Europa istituisca i suoi Corpi Civili di Pace, perché non debba mai più accadere che resti ferma di fronte alle ingiustizie del mondo o che si limiti a sanzioni economiche ed invio di armi. Il sogno europeo è fatto di popoli che resistono e che si incontrano per far avanzare la pace, e quel sogno oggi va difeso più di ieri, con più convinzione, con più corpi presenti.






