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Castelpoto, una comunità rigenerata dall’accoglienza

A Castelpoto, in provincia di Benevento, l’adesione ai progetti di accoglienza diffusa dei migranti ha dato avvio a una rigenerazione complessiva del territorio, creando nuovi posti di lavoro e garantendo per tutti la sopravvivenza di servizi a rischio, come la scuola. Ma l’effetto rigenerativo più importante è quello sulla comunità

di Veronica Rossi su VITA NO PROFIT

Essere inclusivi fa bene a tutta la comunità. A chi è accolto e a chi accoglie. Lo dimostra l’esperienza del Comune di Castelpoto, borgo con circa 1.200 abitanti in provincia di Benevento, dove il sistema dell’accoglienza diffusa ha dato una spinta alla rivitalizzazione di tutto il paese. L’esperienza – classificatasi terza al premio “Chi l’ha fatto?” di Cittadinanzattiva – ha avuto inizio nel 2017, grazie all’adesione all’allora progetto Sistema di protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati – Sprar. «Abbiamo deciso di fare questa scelta di accoglienza e solidarietà», racconta Vito Fusco, il sindaco, «e da allora è cominciato un percorso virtuoso, che è diventato anche un piccolo fattore di sviluppo locale, che ci ha consentito di ravvivare il paese: gli appartamenti vuoti hanno trovato degli inquilini, alcuni ragazzi hanno trovato lavoro – per esempio come operatori dell’integrazione, psicologi e assistenti sociali – e alcuni servizi, come la scuola, sono stati garantiti per tutti». Il borgo è parte della rete dei Piccoli Comuni del welcome ed è riuscita a realizzare molte attività inclusive grazie alla collaborazione e alla coprogettazione col Terzo settore, in particolare col Consorzio Sale della terra , che gestisce il progetto del Sistema di accoglienza e integrazione – Sai.

La scelta del primo cittadino, quindi, è stata quella di avere una visione olistica del welfare, in cui l’attenzione alle persone più fragili diventa occasione di crescita e di benessere per tutta la comunità. Emblematico, in questo senso, è quanto è accaduto nella scuola, servizio fondamentale per mantenere vivo un borgo. «Siamo riusciti a istituire una sezione “primavera”, a eliminare le pluriclassi e a introdurre il tempo pieno, in un contesto che è diventato multiculturale», racconta Fusco. «Ormai circa il 50% delle classi sono costituite da bambini di provenienza straniera».

Essere inclusivi aiuta anche a combattere il calo demografico, che colpisce in maniera particolarmente drammatica le aree interne del nostro Paese: sono infatti quattro i nuclei familiari – per un totale di 14 bambini – che, una volta terminato il progetto Sprar (attualmente Sai), hanno deciso di fermarsi a Castelpoto. Si tratta di persone ben inserite, che lavorano nei dintorni e partecipano alla vita della comunità. «Abbiamo sposato appieno quella che era la filosofia dell’accoglienza diffusa», continua il sindaco, «che oltre all’elemento della solidarietà e della multiculturalità, è una forma di ricchezza che ha consentito un piccolo incremento demografico. Questo premia la nostra capacità di inclusione: queste persone hanno trovato un ambiente ideale per crescere i loro figli. Abbiamo cercato di portare avanti il metodo di lavoro dell’integrazione reale, ci sono stati vari momenti di incrocio dei vari percorsi, come i laboratori multiculturali di cucina etnica. I progetti Sai hanno portato vantaggi anche alla popolazione locale, grazie ai finanziamenti ottenuti».

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