charity4
charity4
Avviso di selezione per Operatore all’Accoglienza nel SAI di Sassinoro
Dicembre 18, 2024
Il video-racconto di “Alimenta incontra Animenta” – evento sui DCA
Dicembre 19, 2024

Convegno sui disturbi alimentari: con Animenta per capire come come stare accanto a chi soffre di DCA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”4.19.5″ _module_preset=”default” da_disable_devices=”off|off|off” global_colors_info=”{}” da_is_popup=”off” da_exit_intent=”off” da_has_close=”on” da_alt_close=”off” da_dark_close=”off” da_not_modal=”on” da_is_singular=”off” da_with_loader=”off” da_has_shadow=”on”][et_pb_row _builder_version=”4.19.5″ _module_preset=”default” global_colors_info=”{}”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”4.19.5″ _module_preset=”default” global_colors_info=”{}”][et_pb_text _builder_version=”4.19.5″ _module_preset=”default” hover_enabled=”0″ global_colors_info=”{}” sticky_enabled=”0″]

“Ce ne possiamo occupare. Ce ne vogliamo occupare”.

Così il Presidente della Rete civile “Sale della Terra”, Angelo Moretti, accogliendo relatori e pubblico del convegno dedicato ai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), organizzato il 13 dicembre scorso a Benevento presso Alimenta Bistrot.

Un incontro importante che segna l’avvio della collaborazione tra il Sale della Terra e Animenta Aps, associazione fondata a Roma da Aurora Caporossi che si dedica proprio al supporto di chi è affetto da disturbi alimentari.

“Avvicinandoci al mondo dei Dca abbiamo ‘scoperto’ – ha continuato Moretti – tra le varie cose, che il Sud Italia è carente soprattutto a livello di strutture di cura e, a maggior ragione, abbiamo deciso di voler dare il nostro contributo alla lotta a un problema tanto grave e diffuso. È per questo, anche per questo, che abbiamo voluto unirci ad Animenta, metterci in gioco e capire prima di tutto quale può essere la nostra parte in questo gioco. Siamo in una fase di studio e di ricerca ma partiamo da due certezze, le nostre certezze. Crediamo in due cose: la bontà, prima di tutto valoriale, del cibo genuino, il valore del contatto con il cibo e, siamo certi, il cibo è buono solo se condiviso”.

A fare da ‘trait d’union’ tra le due realtà, quelle del Consorzio “Sale della Terra” e quella dei DCA, Serena Finozzi, che ha premesso:

“Facendo parte della famiglia del Sale della Terra, ho avuto modo di vedere come il Consorzio lavora con le fragilità, con le fasce deboli, con le persone che hanno delle difficoltà, delle problematiche. E vivendo personalmente una problematica di disturbo del comportamento alimentare, ‘sposo’ le due realtà, quella di Animenta e quella del Sale della Terra che hanno deciso di unire le forze contro un disturbo sempre più diffuso.

Credo che ci siano tutte le premesse per fare un bel lavoro insieme. Credo che quando ci sia una rete e che quando la rete funziona, allora ce la si può fare. Io credo in questa rete e credo fermamente che con Animenta, con il supporto imprescindibile dei presidi territoriali, possiamo fare veramente qualcosa di concreto per chi soffre di un problema che, come diceva il Presidente, soprattutto al Sud, ha limitate possibilità di cure. Io – ha raccontato Serena – per curarmi sono stata a Verona e poi due volte a Salerno. Ho dovuto allontanarmi da casa e investire tanto, sia emotivamente che economicamente. Un investimento che sicuramente avrei evitato se il nostro territorio fosse stato dotato di strutture per un trattamento intensivo della patologia e non solo, purtroppo, di tipo ambulatoriale. Concordo su quanto diceva Angelo rispetto alla socialità del cibo, su quanto il cibo sia e debba essere sinonimo di stare insieme ma, sulla scorta della mia esperienza personale, so anche quanto le difficoltà personali, caratteriali, le insicurezze, la disistima possano influire nel rapporto con gli altri e alterare la naturalezza del rapporto col cibo. Quindi sì: il cibo è buono solo se condiviso.

Giornate come queste – ha concluso – sono fondamentali: informarsi è fondamentale, conoscere è fondamentale. Di Dca si parla poco e male. La cultura è la base per avvicinarsi nel modo più efficace ad un mondo tanto complesso quale è quello dei disturbi alimentari”.

Ad introdurre i presenti nel complesso mondo dei DCA, tracciandone un profilo generale, è stata Aurora Caporossi:

“Come Animenta nasciamo a Roma nel 2021. Quello che si cela nel nome ‘Animenta’ – che somiglia tanto ad ‘alimenta’ – ha proprio l’obiettivo di riscrivere la narrazione sui disturbi del comportamento alimentare. Perché forse è anche un po’ il termine ‘alimentare’ che ci frena a raccontare che cos’è questa malattia. Abbiamo lanciato due settimane fa una campagna con Ambra Angiolini il cui claim è: “Non è il cibo il nostro problema”. Perché veramente il problema nei disturbi del comportamento alimentare non sono il corpo e il cibo, che restano comunque due elementi fondamentali. Il problema – ha precisato – risiede nel fatto che cibo e corpo diventano il mezzo attraverso cui dire qualcosa di molto più profondo che non si riesce ad esprimere a parole. E’ importante riprogrammare la comunicazione perché oggi, quando magari si gira per la strada nei paesi ma anche nelle grandi città e si chiede che cos’è un disturbo del comportamento alimentare, si vedono sguardi un po’ persi, anche perplessi. Lavorare sulla cultura, sui sistemi socioculturali, sulla comunicazione è fondamentale per creare una base perché le persone sappiano effettivamente cos’è un Dca. Se, ad esempio, pensiamo ad una banale ricerca su Internet, sulla sezione immagini di Google, appariranno immagini di persone molto emaciate. Ma l’anoressia nervosa non è l’unica forma di Dca.

Condivido con voi un dato: a livello mondiale, solo il 6% delle persone affette da disturbo alimentare riceve una diagnosi di sottopeso. Eppure nel nostro immaginario, se costruiamo l’immagine mentale di una persona con Dca, tendenzialmente penseremo che si tratti di una persona adolescente, molto magra, donna. In realtà ci sono tante persone che vivono il problema e nemmeno ricevono una diagnosi, che non chiedono aiuto, che non riescono a entrare nei centri di cura. Io stessa – ha raccontato – quando ne ho sofferto, pensavo di non essere abbastanza malata per chiedere aiuto prima di raggiungere una condizione di sottopeso che, tendenzialmente, caratterizza una grave forma di anoressia nervosa. E’ necessario chiedere aiuto al momento giusto, perché non esiste un essere abbastanza malato o un non essere abbastanza malato. I Dca, più che col peso e con la forma corporea, hanno a che fare con il dolore. E non c’è un’unità di misura per il dolore. E se da una parte queta è una delle malattie con il più alto tasso di mortalità, dall’altra parte ha un’alta possibilità di remissione. Se però ci si fa curare. Quindi – ha concluso – lavorare con i Consorzi, con le associazioni, con le Fondazioni, con le start up che si occupano di questo, con le strutture territoriali è per noi fondamentale. Bisogna lavorare in rete, un concetto che a me piace molto: con Animenta lo facciamo tantissimo, in tutta Italia ma in realtà anche all’estero”.

Parlando invece della possibilità effettiva di accesso alle cure, Aurora ha sottolineato che:

“In tutta Roma, ad esempio, ci sono circa 70 posti letto dedicati a chi soffre di Dca. In Molise non c’è nessuna struttura dedicata; ci sono degli ambulatori, certo, ma hanno una funzione diversa dalla residenza. Ecco. Noi abbiamo bisogno di costruire delle strutture semiresidenziali dove le persone possano curarsi a 360 gradi. Da un Dca – ha concluso – è possibile guarire se diamo alle persone che ne soffrono la possibilità di curarsi. Per farlo dobbiamo entrare, anche come stiamo facendo grazie a questo convegno, nei territori, chiamando in causa anche le famiglie, perché le famiglie di chi soffre di un disturbo alimentare sono altamente coinvolte e devono avere gli strumenti adeguati per stargli accanto”.

Concorde sull’importanza di convegni come quello organizzato da Sale della Terra, anche Diego Guglielmo Marino, psichiatra e responsabile del dipartimento per i Disturbi alimentari dell’Asl di Benevento:

“Abbiamo bisogno di questi eventi – ha detto – soprattutto per far conoscere la problematica. Per dire che questa problematica esiste, in modo tale da poter riconoscerla tempestivamente e far sì che le persone che ne soffrono possano tempestivamente accedere alle cure. Si tratta di disturbi complessi – ha spiegato Marino – perché coinvolgono la persona nella sua totalità: coinvolgono la mente, il corpo, le relazioni significative, per cui è necessario lavorare con diverse professionalità per far sì che tutte le aree vitali di una persona ferite da questa malattia possano essere curate. Quando ho ricevuto l’invito a partecipare a questo evento, sono stato molto contento sia perché conoscevo già Serena, sia perché ho la possibilità di far conoscere il nostro servizio al nostro territorio”.

Addentrandosi in una panoramica sui disturbi alimentari, Marino ha esordito precisando che “oggi si parla di ‘Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA)’, espressione molto più calzante di ‘Dca’ perché, come diceva Aurora, il rapporto col cibo è solo la punta di un iceberg. Il termine ‘nutrizione’ non comprende solo l’aspetto alimentare, non comprende solo il discorso ‘cibo’: noi ci nutriamo non solo di quello che mangiamo, ma di tutto ciò che appartiene alla nostra vita. Parlo di relazioni, dell’attività che svolgiamo, del nostro funzionamento sociale.

Tutto è per noi nutrimento, nutrimento psichico, ed è esattamente ciò che più viene danneggiato da un disturbo alimentare. Infatti, contemporaneamente o anche prima dell’alterato rapporto con il cibo, la persona comincia a manifestare un’alterazione dei rapporti con se stessa e con tutto il mondo che la circonda.

Il cibo e il corpo restano comunque elementi fondamentali: le manifestazioni patologiche dei disturbi del comportamento alimentare sono molto eterogenee e la loro classificazione viene fatta sulla base del comportamento alimentare stesso che è differente da un disturbo all’altro nonostante ci sia un sottofondo comune a tutti i disturbi.

Le manifestazioni comportamentali passano da una restrizione totale rispetto all’alimentazione o, viceversa, vi può essere una iperalimentazione, un discontrollo completo rispetto a quello che è l’introito di cibo. Un discontrollo che può manifestarsi in tanti modi diversi. La base comune ai DCA è dunque l’alterazione del legame che la persona ha con il cibo laddove si tende ad avere una tale brama di alimentarsi da vivere o una totale angoscia e un totale rifiuto rispetto all’alimentazione, oppure una totale perdita di controllo nei confronti di essa.

Il pensiero è totalmente pervaso da questa bramosia per cui la persona tende a rimuginare su quello che deve mangiare, su come lo deve mangiare, con quali tempi, su come e quando fare la spesa o cucinare. Molto spesso l’intera giornata è pervasa da questi pensieri e molto spesso questo incide sul rendimento lavorativo, personale e così via. All’inizio della malattia domina un forte senso di gratificazione: il pensiero di poter avere controllo sul cibo fa sentire molto potenti, laddove invece la persona vive un senso di impotenza nei confronti di quello che è il mondo che la circonda. Man mano che si va avanti, però, ci si rende conto che quel controllo non esiste, e la persona sprofonda in un totale senso di impotenza. È solo in questo momento che prende contatto con il bisogno di aiuto. Il che non accade mai in modo sereno e lineare.

“Contro un DCA – ha spiegato lo psichiatra – c’è dunque la necessità di lavorare in modo coordinato e multiprofessionale come suggeriscono le linee guida d’indirizzo nazionale e internazionale che parlano di ‘lavoro di equipe’. Presso il centro dell’Asl di Benevento abbiamo lavorato molto in questo senso anche se solo l’anno scorso abbiamo avuto la stabilizzazione del personale inizialmente impiegato con borse di studio. Oggi, ed è per noi un grande traguardo (per il quale ringraziamo anche il direttore generale dell’Asl, Volpe), siamo un’equipe stabile. Aggiungo anche che per fortuna siamo in una regione che per quanto carente su tanti livelli, è avanzata su altri: abbiamo una rete regionale di centri per i disturbi alimentari che è attiva già dal 2016 con un centro pilota all’Università Vanvitelli, servizi ambulatoriali in tutte le Asl (alcune di esse hanno anche dei centri semiresidenziali), una residenza pubblica, e sottolineo pubblica, a Salerno. Tutto questo non dobbiamo dimenticarlo, perché rischiamo di perdere di vista le risorse che abbiamo. E noi, in tutta la regione, lavoriamo in rete con incontri in cui tutti i referenti di centri si incontrano per fare il punto sul lavoro locale e il coordinamento generale.

Questo è fondamentale per far sì che si possa offrire alle persone risposte più adeguate, competenti e più organiche tra di loro. Ma purtroppo ci troviamo di fronte a dei disturbi che sono molto spesso difficili da ‘modificare’ perché, soprattutto quando passa molto tempo, il disturbo entra in un equilibrio personale e relazionale che è difficile da scalfire.

Ciò non significa che sia impossibile, certo non senza difficoltà e non senza resistenza. Per quanto ci riguarda, ci stiamo attrezzando sempre di più: anche con il dottor Moretti stiamo proprio in questi giorni dialogando per capire anche come il terzo settore può intervenire per aiutarci ancora di più a offrire delle risposte”.

Sulla scia del dottor Marino e facendo riferimento ai Dca in relazione alle festività Natalizie, è stata Tiziana Persico, biologa nutrizionista specializzata in disturbi alimentari:

“Vorrei intervenire parlando di come si affrontano i Dca in termini nutrizionali soprattutto nelle festività natalizie: mi ricollego a quanto detto da chi mi ha preceduta ribadendo che la nutrizione non riguarda solo ciò che mangiamo; il cibo è molto altro: è relazione, è convivialità, socialità. Ed è anche su questo che si basano quelle che il dottor Marino ha citato e che sono le linee guida per la riabilitazione dai disturbi alimentari quando si identifica il ruolo del nutrizionista.

Si cerca di far riacquisire quelli che sono i primordiali sensi della fame, quella fisiologica, di quella edonica, quindi il piacere del cibo, la concessione, la gratificazione. La serenità nel rapporto col cibo. Si tratta – ha aggiunto – di ‘cose’ molto difficili perché in realtà chi soffre di un disturbo alimentare ha una problematica relativa alla regolazione delle proprie emozioni e del proprio vissuto e in questa dinamica il cibo diventa un elemento ‘regolatore’. In generale, alla base del rapporto col cibo di una persona che soffre di questo problema c’è una forte dicotomia: una persona affetta da Dca vede o bianco o nero, tutto o nulla, buono o cattivo, cibi da dieta o cibi non da dieta.

Fenomeno che si inserisce in un contesto sociale grassofobico, in una società dell’opulenza dove il cibo è un po’ ovunque. Una società che ci insegna tutto quello che non è il cibo. Abbiamo dimenticato la ritualità del cibo e che in realtà quello che è bello delle festività (e che ci permette di averne ricordi) sono proprio i rituali come la preparazione delle pietanze e lo stare insieme. Questo è il messaggio che dobbiamo dare sia alle persone che soffrono di Dca sia alle famiglie che se ne prendono cura: non fare pressione sull’atto in sé del mangiare ma dare importanza al contesto. Ciò non toglie che per aiutare chi ha difficoltà con l’alimentazione, si possono, ad esempio, utilizzare degli alimenti ‘confort’. Del resto, se il Natale è tradizione, nessuno vieta di creare nuove tradizioni in una famiglia introducendo alimenti ‘rassicuranti’ che possano rendere il Natale ‘amichevole’ anche per chi soffre di Dca. Quanto alle emozioni, tutti le vediamo sempre in modo molto dicotomico. La gioia, la felicità, la rabbia, la tristezza: emozioni positive o negative, insomma. In realtà non c’è nessuna emozione negativa. Le emozioni dobbiamo soltanto imparare a riconoscerle e a gestirle. Se, come chi vive un disturbo alimentare, impariamo a gestirle con il cibo (vedi la fame nervosa), allora queste persone possono imparare anche ad usare il cibo come confort, come serotoninergico. E se anche il periodo natalizio è uno dei più difficili da affrontare, forse è anche il momento in cui si può cominciare a stabilire col cibo un nuovo e più sereno rapporto”.

Di un nuovo modo di parlare di cibo, di un modo nuovo di relazionarsi con il cibo e con gli altri, ha infine parlato Laura Montanari, vicepresidente di Animenta, psicologa clinica e counselor:

“Se dovessi dire di cosa mi occupo – ha esordito – mi piace dire che mi occupo di due cose: di relazioni e di comunicazione con le persone i gruppi. Comunicare – ha osservato l’esperta – è difficile, è una sfida perché la prima cosa da chiedersi quando si dice una cosa è come l’altro possa recepirla. Si pensi a quanto volte, per il nostro bene, ci viene detto di fare una determinata cosa, di dimagrire, ad esempio.

Un’affermazione che potremmo recepire come se ci fosse stato detto di essere grossi, di non andare bene, di non essere adeguati, di non piacere. Chi mi ha preceduto – ha aggiunto la dottoressa – parlava di autostima. Bene: quanto, oggi, l’autostima è legata ai nostri corpi, a come appariamo? Con una frase, dunque, anche se detta con le migliori delle intenzioni, si può scatenare un mondo di disistima, di svalutazione, di inadeguatezza.

Sempre in ambito comunicativo, si può fare lo stesso discorso se pensiamo alla parola ‘dieta’ che spesso associamo e traduciamo nel mangiare poco e male, nella restrizione, nel togliere carboidrati, nella privazione, nel digiuno. Ecco allora che dalla comunicazione si passa all’altra area del mio intervento: la relazione. Bisogna imparare ad essere persone che sanno entrare in relazione con l’altro. Il lavoro dello psicologo è questo: creare una relazione. Come posso io sapere cosa è giusto per l’altro? Posso immaginare un percorso che credo possa essere giusto per lui ma poi, nell’alleanza della relazione, devo accompagnare l’altro in questo sentiero. Ma comunicazione e relazione non sono appannaggio dello psicologo, ma dell’essere umano in quanto tale. Chi ci insegna ad avere a che fare con l’altro? Nessuno. Solitamente – ha spiegato la dottoressa – agiamo in base a quello che abbiamo imparato vedendo gli altri nel nostro percorso di crescita e sviluppo. Ma i contesti non sempre sono i più giusti.

Chiediamoci, allora, come possiamo essere noi più umani, come possiamo migliorare le nostre competenze umane. Perché è solo se impariamo ad entrare in relazione con noi stessi che possiamo davvero instaurare una relazione migliore con l’altro. Cerchiamo di essere buoni comunicatori e persone capaci di entrare in relazione. È una sfida? Sì. E’ interessantissimo? Altrettanto, perché si possono aprire dei mondi che magari fino ad ora a causa di interpretazioni sbagliate, dei troppi non detti che ‘diciamo’, non avevamo mai nemmeno immaginato potessero esistere”.

 

[/et_pb_text][et_pb_gallery gallery_ids=”18641,18642,18643,18644,18645,18646,18647″ posts_number=”7″ show_title_and_caption=”off” show_pagination=”off” _builder_version=”4.19.5″ _module_preset=”default” global_colors_info=”{}”][/et_pb_gallery][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Articoli

Leggi altri articoli

Luglio 17, 2026

Welfare Meridiano: l’innovazione sociale che ripensa lo Stato sociale partendo da Sud

Lo scorso 10 luglio, nell’ambito degli incontri organizzata in occasione del Decennale “Sale della Terra”, il Palavetro di Pietrelcina ha ospitato, dopo il panel sul #Welcome, […]