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Abbiamo portato fino agli estremi confini nord dell’Ucraina, in un paesino a trenta chilometri dal fronte, una tecnologia potentissima: il nostro corpo.
 
Il sindaco ci ha detto di non vedere più stranieri da due anni e che mai poteva immaginare che qualcuno potesse venire a trovarlo solo per esprimere solidarietà, era commosso dalla sua stessa incredulità.
 
Quello stesso sindaco, Andreij, aveva resistito con il suo corpo disarmato quando i carri armati russi sono entrati nel suo paese, i suoi cittadini sono scesi in piazza ed hanno manifestato con le bandiere giallo blu. I soldati russi sono stati colti di sorpresa, non si aspettavano una reazione del genere, erano stati indottrinati al contrario, erano stati convinti che gli ucraini li stessero aspettando.
Quando hanno compreso che il popolo non li voleva affatto, hanno preso il sindaco , lo hanno messo in una stanza e gli hanno intimato di collaborare, e lui gli ha risposto seccamente e senza tanti giri di parole “Potete uccidermi”.
 
La cittadina di Gorodnya, oblast di Chernihiv, doveva diventare un centro strategico per i russi che intendevano occupare la regione e con la difesa partigiana non poteva funzionare, per cui erano all’impasse. A metà aprile , la resistenza ucraina ha liberato la città.
Oggi Andreij vive pensando alla ripresa economica di Gorodnya ed al benessere dei suoi bambini, sogna una vacanza al mare per tutti loro.
 
A tavola gli sguardi reciproci, i brindisi all’Ucraina, all’Europa ed al futuro che verrà diventano vero inno alla speranza, anche per Irina che ha un figlio al fronte ed il cui pensiero è fisso lì, anche quando sorride. A fine pranzo vuole leggerci una poesia, è il suo sogno di pace per la sua terra, semplice come una bimba profonda come una mamma.
 
Prima di arrivare nel profondo nord , ci siamo fermati presso una unione di comuni. I bambini e le maestre del posto stanno festeggiando in anticipo la loro tradizionale festa annuale della “difesa dei bambini”.
 
Quando sanno che nella struttura ci sono cinque italiani civili si commuovono e si eccitano un po’ tutti, ci vogliono a tutti i costi sul palco, cantiamo con loro.
 
Un bambino chiede agli adulti: ma se ci sono gli italiani allora la guerra è finita?
Lo accarezzano e gli spiegano che siamo lì per essere accanto a loro.
 
I corpi parlano, gli occhi presenti e non virtuali sono insostituibili per trasformare la realtà che vediamo, nessuno può sostituire la presenza fisica dell’Europa qui.
 
“L’Europa che tanto amavamo non ci vedeva più, eravamo scomparsi ai loro occhi”, scriveva Kundera desolato dopo la repressione dell’Ungheria e di Praga.
 
Non possiamo permetterci altra desolazione per quei bambini che credono nel loro futuro europeo, credono in quel patto di pace, democrazia e libertà nato da tre nazioni che erano nemiche, Francia, Italia e Germania, diventate sorelle per scelta e visione di uomini coraggiosi.

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