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La Giornata Mondiale del Rifugiato a Chianche, tra poesia e speranza

Ci sono parole che raccontano un viaggio. Altre che raccontano una rinascita.

In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, la comunità di Chianche ha scelto di dare voce all’accoglienza attraverso la poesia.
Con immenso orgoglio condividiamo il secondo posto conquistato dalla nostra beneficiaria Rafaela, che con i suoi versi ha saputo trasformare un’esperienza personale in un messaggio universale di speranza, gratitudine e appartenenza.

“Sono arrivata con la paura cucita sulla schiena,
vedendo il mondo oscuro, estraneo e distante.
Ad attendermi c’erano mani calde,
fari in una notte fredda”
[…]
“Grazie per aver aperto le porte della tua storia,
per aver cancellato la solitudine con la tua nobiltà.
Grazie per aver fatto della tua casa la mia casa,
e della mia vulnerabilità, questa splendida fortezza.”


Questa poesia ci ricorda che l’accoglienza non è solo un luogo in cui arrivare, ma un legame che nasce dall’incontro tra persone. È uno sguardo che rassicura, una mano che accompagna, una comunità che sceglie di esserci.

Per noi del Progetto SAI, queste parole rappresentano il senso più autentico del nostro lavoro.

Congratulazioni alla nostra Rafaela per questo meritatissimo riconoscimento e grazie alla comunità di Chianche, che con piccoli e grandi gesti continua a dimostrare che l’accoglienza è il seme da cui nasce una società più giusta, più forte e più umana.

Di seguito la versione integrale della poesia:

Chianche il Verde della Nuova Opportunità

Il cammino era un’ombra lunga,
una lingua muta sulle mie labbra tremanti.
Sono arrivata con la paura cucita sulla schiena,
vedendo il mondo oscuro, estraneo e distante.
Ad attendermi c’erano mani calde,
fari in una notte fredda.
Anche se all’inizio la stanza sembrava buia,
era la paura a coprirmi gli occhi.
Ho aperto la finestra.
Ed era lì: un albero gigante, verde, bellissimo,
custodito da montagne che abbracciavano il freddo.
Il paesaggio mi ha sussurrato all’orecchio:
Questo è un nuovo inizio, fallo tuo, fallo mio.
E mi sono immersa.
Ho camminato tra vigneti che si tingevano di calma,
ho imparato il ritmo di una nuova lingua,
mentre la nebbia e l’imbrunire guarivano la mia anima.
Ogni mattina, sul ciglio dell’angolo,
aspettando il pullman verso il futuro,
parlavo in silenzio con Padre Pio,
abbattendo, a poco a poco, ogni muro.
Mi sono innamorata della vita quotidiana:
delle nonne che annaffiano le piante con cura,
dei gatti sfamati sul marciapiede,
di questo angolo di mondo a cui oggi voglio così bene.
Sono diventata forte.
Perché quelle mani del primo giorno non mi hanno mai lasciata.
Ci sono state nella febbre, nella tristezza, nel vuoto,
con la parola esatta, con l’abbraccio tiepido.
Grazie per aver aperto le porte della tua storia,
per aver cancellato la solitudine con la tua nobiltà.
Grazie per aver fatto della tua casa la mia casa,
e della mia vulnerabilità, questa splendida fortezza.

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